Le Sezioni del Castello

Piazza d'Armi

Piazza d'Armi

La fortezza di Sant'Elmo fu uno dei principali castelli del viceregno spagnolo; aveva un tribunale, un Maestro d'arte e altri ministri. Ne fu primo castellano il cugino del viceré Pedro de Toledo, che portava lo stesso nome. La Piazza d'Armi, accoglieva alloggi per il castellano e per gli ufficiali, l'edificio del Comando, la chiesetta di Sant'Erasmo e il deposito di polveri e munizioni. Gran parte di questi edifici furono distrutti per l'esplosione del 12 dicembre 1587, causata da un fulmine che colpì in pieno il deposito. Nei piani inferiori vi erano enormi locali destinati a officine, depositi di munizioni e armi, magazzini di viveri, lavatoi, forni, cucine, due grandi cisterne d'acqua, vasti ricoveri per le truppe e prigioni.

I due edifici, Carcere alto e Carcere basso, distrutti dall'esplosione del 1587, furono ricostruiti da Domenico Fontana tra il 1599 e il 1610. Oggi il Carcere alto è sede di esposizioni temporanee e al primo piano ospita la Biblioteca di Storia dell'arte "Bruno Molajoli". Negli altri edifici e locali della Piazza sono ospitati gli Uffici della Soprintendenza Speciale per Patrimonio Storico, Artistico, Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Napoli, la fototeca, il catalogo e il Comando dei Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale del nucleo di Napoli.

La Chiesa dedicata a Sant'Erasmo costruita dall'architetto spagnolo Pietro Prati nel 1547, fu completamente rifatta dall'architetto Domenico Fontana. Nella chiesa è conservato il monumento funebre del primo castellano Pedro de Toledo, sulla volta vi è un affresco rappresentante l'Assunzione di Maria in cielo (XVIII sec.), sull'altare una statua di stucco di Sant'Erasmo (XVIII sec.) e sul pavimento tre lapidi sepolcrali.

Le Garitte, lungo i camminamenti di guardia, costituivano un importante posto di osservazione delle sentinelle. Oggi due di esse sono diventate parte integrante delle installazioni dell'artista Eugenio Giliberti: Garitta delle bandiere, Decorazione (LP zanzare), 2003 e Garitta del pilastro, Monocromo rosso 2003.

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NAPOLI NOVECENTO 1910-1980 PER UN MUSEO IN PROGRESS

Nato da un progetto di Nicola Spinosa, il Museo intende documentare, attraverso una selezione condotta con metodo storico-critico, quanto realizzato a Napoli nel corso del Novecento, entro i limiti cronologici indicati, nel campo della produzione artistica; in particolare, da quanti si applicarono, in quegli anni, soprattutto o quasi esclusivamente, in pittura, scultura e in varie sperimentazioni grafiche.

Per questo nuovo Museo, realizzato intenzionalmente e significativamente negli spazi del Carcere Alto di Castel Sant'Elmo adiacenti la Biblioteca e la Fototeca di Storia dell'Arte aperte al pubblico, sono state selezionate ed esposte circa 170 opere realizzate da 90 artisti napoletani, ma con l'aggiunta anche di alcune presenze di artisti non napoletani, che con ruoli diversi furono attivi in citta'.

La scelta degli artisti e delle opere è stata curata da Angela Tecce, direttrice del complesso di Castel Sant’Elmo, con la costante collaborazione dello stesso Nicola Spinosa, mentre la realizzazione del Museo si è resa possibile per il diretto coinvolgimento nel progetto della Regione Campania-Assessorato al Turismo e Assessorato ai Beni Culturali, con l’utilizzo dei fondi disponibili grazie al co-finanziamento dell’Unione Europea POR- FESR Campania 2007-2013. La Direzione Generale per il Paesaggio, le Belle Arti, l'Architettura e l'Arte Contemporanee ha concorso, per conto del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, alla realizzazione dei relativi apparati didattici, informativi e audiovisivi. Con il contributo di Italcoat, Metropolitana di Napoli, Seda Group.

‘Novecento a Napoli’ si articola attraverso un percorso cronologico suddiviso per sezioni: dalla documentazione della Secessione dei ventitré (1909) o del primo Futurismo a Napoli (1910-1914) al movimento dei Circumvisionisti e del secondo Futurismo (anni Venti-Trenta); dalle varie testimonianze su quanto si produsse tra le due guerre alle esperienze succedutesi nel secondo dopoguerra (1948-1958), dal Gruppo ‘Sud’ al cosiddetto Neorealismo, dal gruppo del M.A.C. all’Informale o al Gruppo ’58. Seguono le sezioni riservate agli anni Settanta, con particolare riferimento, ma non solo, alle Sperimentazioni Poetico-visive e all’attività dei gruppi legati alle esperienze condotte nel campo del sociale. Fino all’ultima sezione, dove è documentata l’attività di quanti, pur continuando a operare dopo l’80 sperimentando linguaggi diversi, si erano già affermati in città in quel decennio, prima che il terribile sisma del 23 novembre colpisse e segnasse nel profondo realtà e prospettive di Napoli e di altre aree meridionali.

Sono state, pertanto, selezionate ed esposte opere di: Carlo Alfano, Enrico Baj, Mathelda Balatresi, Renato Barisani, Guido Biasi, Andrea Bizanzio, Giovanni Brancaccio, Giannetto Bravi, Emilio Buccafusca, Enrico Bugli, Francesco Cangiullo, Giuseppe Capogrossi, Luciano Caruso, Guido Casciaro, Giuseppe Casciaro, Luigi Castellano (Luca), Raffaele Castello, Alberto Chiancone, Vincenzo Ciardo, Carlo Cocchia, Mario Colucci, Mario Cortiello, Salvatore Cotugno, Luigi Crisconio, Edgardo Curcio, Renato De Fusco, Lucio del Pezzo, Crescenzo Del Vecchio Berlingieri, Armando De Stefano, Gianni De Tora, Fortunato Depero, Giuseppe Desiato, Bruno Di Bello, Gerardo Di Fiore, Carmine Di Ruggiero, Baldo Diodato, Salvatore Emblema, Francesco Galante, Saverio Gatto, Vincenzo Gemito, Manlio Giarrizzo, Edoardo Giordano (Buchicco), Franco Girosi, Emilio Greco, Raffaele Lippi, Nino Longobardi, Luigi Mainolfi, Antonio Mancini, Giuseppe Maraniello, Tommaso Marinetti, Stelio Maria Martini, Umberto Mastroianni, Rosaria Matarese, Elio Mazzella, Luigi Mazzella, Emilio Notte, Mimmo Paladino, Maria Palliggiano, Franco Palumbo, Rosa Panaro, Edoardo Pansini, Guglielmo Peirce, Augusto Perez, Mario Persico, Giuseppe Pirozzi, Gianni Pisani, Carmine Rezzuti, Clara Rezzuti, Paolo Ricci, Guglielmo Roehrssen di Cammarata, Errico Ruotolo, Corrado Russo, Mimma Russo, Quintino Scolavino, Domenico Spinosa, Bruno Starita, Federico Starnone, Tony Stefanucci, Guido Tatafiore, Ernesto Tatafiore, Giovanni Tizzano, Ennio Tomai, Raffaele Uccella, Maurizio Valenzi, Antonio Venditti, Gennaro Villani, Eugenio Viti, Elio Waschimps, Natalino Zullo.

 

L'accesso al Museo del Novecento a Napoli avviene tutti i giorni, escluso i martedì, ogni ora dalle ore 9.00 alle ore 18.00 (ultimo ingresso).

Ambulacri

Ambulacri

Dal 1604 la fortezza di Sant'Elmo venne utilizzata come carcere per rinchiudervi prigionieri illustri, tra cui Tommaso Campanella.

Alla fine del XVIII secolo vennero incarcerati i neogiacobini che si erano uniti in società segrete per instaurare una Repubblica Napoletana. Tra i tanti ricordiamo Gennaro Serra di Cassano, Giuliano Colonna di Stigliano, Ettore Carafa d'Andria, Mario Pagano, Ferdinando Pepe.

Quando i repubblicani riuscirono ad impadronirsi del castello e fu proclamata la Repubblica Napoletana, sulla vetta della fortezza venne innalzata la bandiera tricolore: gialla, rossa e turchina. A questa celebrazione prese parte anche la scrittrice e giornalista Eleonora Pimentel Fonseca con un Inno alla Libertà, da lei composto; arrestata alla fine della repubblica fu giudicata e condannata a morte per impiccagione.

Con la riconquista borbonica Castel Sant'Elmo ritornò al ruolo di prigione e vi furono incarcerati i rivoluzionari, tra cui Luigia Sanfelice. La Sanfelice, era una giovane ed attraente nobildonna napoletana, che, durante la Repubblica del 1799 denunciò una congiura ai danni del governo rivoluzionario. I responsabili furono fucilati e lei venne considerata come salvatrice della Repubblica; ma dopo la sconfitta fu condotta e imprigionata nel carcere di Sant'Elmo. Condannata a morte, la pena fu rimandata per una sua presunta gravidanza e nel frattempo venne rinchiusa a Palermo, come è documentato dal dipinto di Gioacchino Torna. Fu decapitata a Napoli 1'11 settembre 1800.

AI tempo dei moti rivoluzionari del 1821 le prigioni del castello custodirono, tra gli altri, il generale Pietro Colletta; dal 1844 al 1848 Ferdinando II vi faceva rinchiudere il patriota napoletano Carlo Poerio, distintosi nei moti rivoluzionari del 1848, e, inoltre, Mariano d'Ayala, Felice Ferri, Cesare de Marinis.

Dopo l'entrata in Napoli di Garibaldi, l'esercito borbonico lasciò il castello: il 9 settembre 1860 sul punto più alto della roccaforte sventolava il Tricolore italiano con lo stemma sabaudo.

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